Digitalizzazione della PA: spesa per l'ICT

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Spesa per l'ICT

Secondo uno studio Assinform la spesa complessiva ICT nella pubblica amministrazione si attesta intorno a 5.422 milioni di euro. Come verificare che tale spesa sia efficiente? Vi sono degli obiettivi prestabiliti sulla base dei quali valutare i risultati della spesa? A tal fine si sono succedutI norme ed enti pubblici fin dal 1993, quando con il decreto legislativo 12 febbraio 1993, n. 39, recante « Norme in materia di sistemi informativi automatizzati delle amministrazioni pubbliche » veniva istituita l’Autorità per l’informatica nella pubblica amministrazione con il compito di progettare, realizzare e gestire i sistemi informativi delle amministrazioni (articolo 7, comma 1) e di « verificare periodicamente i risultati conseguiti nelle singole amministrazioni, con particolare riguardo ai costi e benefìci dei sistemi informativi automatizzati, anche mediante l’adozione di metriche di valutazione dell’efficacia, dell’efficienza e della qualità».

L’Autorità è stata trasformata prima in Agenzia nazionale per l’innovazione tecnologica (articolo 27, comma 10, della legge 16 gennaio 2003, n. 3, che modifica l’articolo 29 della legge 28 dicembre 2001, n. 448), poi in Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione (CNIPA), (articolo 176, comma 6, del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196), affiancato alcuni anni più tardi dall’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, soggetta alla vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri con il compito « di accrescere la capacità competitiva delle piccole e medie imprese e dei distretti industriali » (articolo 1, comma 368, lettera d), della legge 23 dicembre 2005, n. 266).

Il CNIPA venne in seguito trasformato in DigitPA con il decreto legislativo n. 177 del 2009, e infine venne istituita l'Agenzia per l’Italia digitale definita con l’articolo 19 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134.

Se si vogliono analizzare i risultati dell'attività degli ultimi anni - a partire dall'istituzione dell'Agid (2012) - si scopre che non è possibile accedere ad un documento programmatico che lo consenta, come espressamente dichiarato dal Direttore generale dell'Agid, Antonio Samaritani che ha annunciato [1] l'arrivo - tra marzo e giugno - del primo piano strategico per digitalizzare la PA secondo indicazioni precise ( era previsto nello statuto dell'Agenzia - datato 2013 - ma al 2016 non è ancora stato realizzato).

L'intenzione dichiarata è quella di dare seguito ai principali progetti avviati sotto il governo Letta (pagamenti elettronici, Anagrafe Unica, Sistema Pubblico di identità digitale) ai quali si aggiungerà la piattaforma "Italia Login" [2], interfaccia unica per i servizi della PA, (costo previsto: 750 milioni) che andrà a sostituire il fallimentare e costoso Italia.it (http://www.wikispesa.it/Portale_Italia.it).

Il progetto dovrebbe entrare a regime entro il 2017, ma ad aprile 2016, mentre il fabbisogno finanziario è stato stimato (nella tabella sotto), il piano annunciato per investire le risorse non è ancora stato reso noto.


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Un totale di 4,557 miliardi di euro: 750 milioni per Italia Login, altrettenti per Sanità digitale, 950 milioni per la razionalizzazione dell'It pubblico, 1,4 miliardi per il sistema pubblico della connettività e il Wi-Fi, 120 milioni per le competenze digitali. [3]


Differenze territoriali

La spesa per l'ICT sostenuta dagli enti locali - gli ultimi dati ISTAT risalgono al 2012 [4]- è stata di 1.726.109.679 euro, pari a circa lo 0,69 per cento delle spese totali delle amministrazioni considerate. La media nazionale della spesa per abitante è di 28 euro, con differenze territoriali che variano dai 242 euro per abitante della Valle d'Aosta a quella di 10 euro della Campania.


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Nel settore dell’offerta di servizi ICT, 25 società, che occupano circa 3.400 addetti, sono direttamente controllate da Regioni e Province Autonome. Nello studio ISTAT sono state individuate 99 imprese a controllo pubblico che occupano 5.826 addetti potenzialmente al servizio delle amministrazioni locali per funzioni tipicamente informatiche svolte come attività prevalente dall’impresa controllata. In termini di quote di addetti delle imprese controllate da Comuni, Comunità montane, Regione e Province, il 58,8% si colloca in imprese a controllo pubblico in cui il vertice unico è una Regione, il 14,8% in imprese a controllo unico comunale, provinciale e di Comunità montana e il 26,3% in imprese a controllo congiunto. Le Regioni esercitano inoltre un controllo unico sul 40% di imprese del settore dei Servizi di informazione e comunicazione a controllo pubblico che occupano l’80% degli addetti appartenenti allo stesso perimetro.


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Al 2012, in attesa di un aggiornamento, la situazione in termini di tecnologie adottate per ridurre tempi e costi delle funzioni pubbliche è descritta dalla tabella che segue.


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Commissione d'inchiesta parlamentare

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Come misurare i risultati degli investimenti pubblici per la digitalizzazione della PA e verificare se siano tali, ossia che accelerino effettivamente la digitalizzazione dei servizi pubblici per recuperare i ritardi rispetto ai Paesi europei? Poiché la questione rimane irrisolta, è stata richiesto di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni statali e locali e sugli investimenti complessivi riguardanti l’ICT. La proposta è stata presa in esame dalla I Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati il 21 aprile 2016 ma risale a marzo 2015, nella quale il relatore Paolo Coppola chiede l'introduzione dei seguenti articoli: • Articolo 1: istituisce la Commissione e individua compiti specifici previsti per lo svolgimento delle finalità descritte; • Articolo 2: definisce i criteri per individuare i componenti e la costituzione dell'ufficio di presidenza e durata dei lavori della Commissione stessa, stabilita in un anno a partire dalla prima convocazione; • Articolo 3: definisce i poteri e i limiti previsti per lo svolgimento delle funzioni della Commissione; • Articolo 4: definisce l'obbligo al segreto di atti e documenti per i componenti della commissione, per il personale della stessa e per chiunque collabori con essa, al fine di non compromettere le indagini in corso; • Articolo 5: definisce l'organizzazione, prevedendo l'adozione di un regolamento interno, la possibilità di avvalersi dell'opera di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, la disponibilità di personale, locali e strumenti messi a disposizione dalla presidenza della Camera dei deputati e individua un limite massimo di spesa per il funzionamento della Commissione [5].


Indice DESI: un confronto con gli altri Paesi Europei

L’indice DESI (Indice dell’Economia e della Società Digitale definito dalla Commissione Europea) [6] consente una valutazione sulle differenze nelle "prestazioni digitali" nel gruppo dei Paesi Europei.


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Per quanto riguarda i servizi pubblici digitali, dove l’Italia è al quindicesimo posto [7], si avvicina complessivamente alla media europea; i livelli di effettivo utilizzo dell'e-Government sono ancora molto bassi a causa di problematiche legate sia alla diffusione dei servizi online sia alle competenze digitali.

Uno studio denominato “L’informatizzazione delle Amministrazioni Locali” condotto dalla la Banca d’Italia nel dicembre del 2013 con l’obiettivo di valutare l’attuale stato della “Digitalizzazione” degli enti locali della Pubblica Amministrazione, ed in particolare di Regioni, Province, Comuni e ASL2, ha definito lo stato dell’implementazione dei servizi osservando il livello di digitalizzazione: 1) dei processi e delle attività “interne” ad ogni singolo ente; 2) dei servizi erogati e della comunicazione verso cittadini e imprese; 3) dei canali di comunicazione ed integrazione tra gli enti della PA.

I principali ostacoli si riscontrano nella capacità di elaborare soluzioni informatiche sofisticate che permettano di migliorare i flussi transazionali. Nonostante il 100% delle Regioni, l’88% delle ASL, il 74% dei Comuni e il 70% delle Province utilizzi un portale, soltanto il 27% dei servizi erogati sono bidirezionali, ossia in grado di fornire all’utente la possibilità di effettuare pagamenti o realizzare documenti e pratiche amministrative online. Per quanto riguarda l’implementazione di servizi di amministrazione interna si riscontra un minor grado di sviluppo delle applicazioni di supporto al Controllo di Gestione e le integrazioni con le altre applicazioni che gestiscono i cicli amministrativi in particolare al sud. Inoltre il livello di connessione tra gli enti della PA (soltanto il 33% degli enti risulta connesso al SPC) garantisce una parziale interoperabilità tra gli enti, condizione essenziale per raggiungere efficienza operativa di tutta la PA e nel rapporto della Pubblica Amministrazione verso cittadini e imprese [8].


Costi-opportunità: nella Sanità 6,9 miliardi di risparmi possibili nel breve termine

Si stima che una maggior digitalizzazione della Pubblica Amministrazione consentirebbe di ottenere possibili risparmi, a regime, tra i 25 e i 31 miliardi di euro l’anno. Una parte importante di tali risparmi potrebbe arrivare dalla Sanità.

Il Politecnico di Milano [9] stima che le strutture sanitarie, grazie ai processi di digitalizzazione, potrebbero far risparmiare circa 3,8 miliardi l'anno: 2,2 miliardi grazie al FSE, alla cartella clinica elettronica e alla dematerializzazione dei referti (per risparmi di tempo in attività mediche e infermieristiche e riduzione di sprechi dovuti alla stampa); oltre 800 milioni grazie alla riduzione di ricoveri dovuti a errori evitabili attraverso sistemi di gestione informatizzata dei farmaci; circa 400 milioni di euro grazie alla consegna dei referti via web e a un miglior utilizzo degli operatori dello sportello; 160 milioni con la prenotazione online delle prestazioni; 150 milioni attraverso la razionalizzazione dei data center presenti sul territorio e al progressivo utilizzo di tecniche di virtualizzazione.

La previsione del Politecnico include ulteriori possibili risparmi per i cittadini, grazie al miglioramento del livello di servizio, stimabili complessivamente in circa 5,4 miliardi di euro: 4,6 miliardi di euro dovuti alla possibilità di ritirare referti via web; oltre 600 milioni di euro grazie alla prenotazione via web e telefonica delle prestazioni; 170 milioni di euro grazie alle soluzioni di gestione informatizzata dei farmaci. L'introduzione di nuove tecnologie e di pratiche più efficienti potrebbero portare già nel breve termine a un risparmio annuo di 6,9 miliardi di spesa sanitaria, migliorando al contempo i livelli di assistenza. A sostenerlo è uno studio - presentato giovedì 10 settembre 2015 a Roma al Forum della sanità digitale - realizzato dall’osservatorio Netics, un organismo indipendente finanziato da una decina di aziende del settore digitale, farmaceutico e medicale.

«I risultati», spiega Paolo Colli Franzone, direttore dell’istituto, «saranno consegnati a Yoram Gutgeld», commissario alla revisione della spesa. L’analisi individua infatti cinque ambiti d'intervento mettendo in evidenza le possibili azioni finalizzate al risparmio.

Il primo ambito riguarda la riduzione delle prescrizioni inappropriate, che gli addetti ai lavori sono soliti definire con un eufemismo “medicina difensiva”. «La questione non è nuova», commenta Franzone :«Negli ultimi anni c’è stato un boom di studi legali che si occupano di recuperare i presunti danni derivanti dalla malasanità. Tutto ciò ha generato un’impennata nel contenzioso. Alcune compagnie fanno difficoltà ad assicurare gli specialisti più a rischio, come ginecologi e ortopedici». Così, accade che nel 78,5 dei casi il medico ritiene di correre un maggior rischio di procedimenti giudiziari rispetto al passato ed è portato a prescrivere una Tac anche quando non sarebbe necessaria. Il costo di tale pratica grava sulla fiscalità generale per un ammontare stimato tra i 10 e i 12 miliardi l’anno. «Esistono oggi strumenti digitali come l’Ebm (evidence based medicine, la medicina basata sulle prove ndr), che aiutano nella diagnosi», afferma il direttore di Netics. Si tratta di grandi archivi elettronici di dati su casi simili che possono fungere da supporto alle decisioni, riducendo del 25% i fenomeni di prescrizioni inutili, così da ottenere tra farmaci, esami, visite e ricoveri, un risparmio di 2,5 miliardi.

Il secondo ambito riguarda la telemedicina, ovvero l’assistenza a casa, riducendo le giornate di ricovero, il cui costo medio è di 800 euro. Alcune regioni più "virtuose" la stanno già sperimentando, e le indicazioni emerse da questi test, oltre che dalle esperienze di Spagna e Francia, consentono agli analisti di Netics di affermare che - attraverso questi strumenti - sarebbe possibile ridurre del 5%, ovvero di 2,2 milioni, le giornate di ricovero dei pazienti acuti, e di 200mila (pari al 10% del totale) quelle di pazienti in istituti di riabilitazione. Il saldo, al netto dei costi per le tecnologie, ammonta a 1,4 miliardi di possibili risparmi.

Un ulteriore ambito che necessità di interventi finalizzati al risparmio è quello delle forniture. È risaputo che i prezzi di beni e servizi tra le 157 Asl e le 90 aziende ospedaliere siano molto diversi tra loro. Il dibattito pubblico si è interrogato in modo ricorrente su come, per esempio, un pasto per i pazienti a Bari si paghi 19,22 euro mentre in Toscana 10,10, o il servizio di lavanderia a Napoli costi 7,95 euro al giorno per paziente, mentre a Matera due o su come il servizio di pulizia per le aree ad alto rischio possa variare tra i 6,87 euro a metro quadro mensile di Pavia e i 2,74 di Torino. «Ma non si tratta solo di uniformare le forniture riguardo i prezzi» (tramite l'introduzione di prezzi standard), spiega Colli Franzone, perché «Esiste anche un problema di quantità». Gli ospedali acquistano in modo eccessivo e scegliendo male, così spesso i farmaci scadono e le attrezzature si rivelano inadeguate. Il solo Molise risparmia un paio di milioni l’anno grazie alla tracciatura elettronica di tutti gli acquisti ed in questo modo sarebbe inoltre possibile ridurre drasticamente i furti, che per alcuni farmaci costosi come gli oncologici e gli immunosoppressori valgono alcune decine di milioni di euro. La refurtiva viene infatti attualmente poi smerciata in cliniche private compiacenti, soprattutto nel Mezzogiorno. In quest'ultimo caso i risparmi, a regime, potrebbero ammontare a 11 miliardi l’anno, dei quali, secondo Netics è lecito ipotizzare possano esserne recuperati tre fin da subito.

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Fonti

https://www.linkedin.com/pulse/litalia-spende-male-5-miliardi-di-euro-allanno-per-la-carro?trk=hp-feed-article-title-publish

http://www.istat.it/it/files/2013/05/Report_ICT-PAL_2012-DEF.pdf?title=ICT+nella+Pubblica+Amministrazione+-+27%2Fmag%2F2013+-+Testo+integrale.pdf

http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/022/042/INTERO.pdf

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/06/22/news/italia_login-117433075/

http://www.agendadigitale.eu/infrastrutture/1191_crescita-digitale-i-dettagli-del-fabbisogno-finanziario.htm

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme e Tributi/2015/05/PositionPaper_Pa digitale-farla- davvero - 14 May_.pdf

http://www.liberarelitalia.it/cap_digi.pdf

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/09/italia-digitale-quanto-costa-lagenzia-che-deve-svecchiare-la-pubblica-amministrazione/979474/

http://www.arket.it/it/news/classifica-DESI-2015

http://www.osservatori.net/ict_in_sanita