Milanosport

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Versione del 9 mag 2014 alle 10:15 di Vjandrea (Discussione | contributi)

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Storia di Milanosport e degli impianti sportivi comunali

La costruzione pianificata di impianti sportivi ad opera del comune di Milano ebbe un grande impulso al tempo del fascismo. Secondo una statistica del 1929, l’amministrazione fascista aveva costruito a Milano 61 campi sportivi, con altri 10 in costruzione e 59 in fase progettuale [1]. La promozione dello sport svolgeva un ruolo di controllo, affinché i gruppi sportivi seguissero le idee della propaganda e non celassero al loro interno membri avversi al partito. D’altro canto, lo sport agonistico ben si prestava a servire un messaggio propagandistico di forza della nazione italiana; questo portò ad un deciso tentativo di imporre il professionismo ai danni del dilettantismo. Anche dal dopoguerra in poi, il Comune di Milano si fece carico di costruire impianti sportivi . A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, il comune di Milano procedette al recupero di vecchi impianti ed alla costruzione di nuove strutture destinate alla pratica degli sport indoor. Venne infatti riqualificato il vecchio Palazzo dello Sport di Piazza 6 Febbraio e fu avviata la costruzione del Palalido, inizialmente destinato ad ospitare manifestazioni tennistiche. Furono inoltre realizzate molte piscine ancora oggi operative - tra cui la Scarioni, la Ponzio e la Murat - e venne completata la costruzione di molti impianti “decentrati sul territorio” (nell’ambito cioè di un progetto di sviluppo delle periferie), come il XXV Aprile, il Pavesi, il campo Colombo (presso cui è poi stata costruita la piscina Cardellino) ed infine il centro Kennedy, con l’intento di favorire la pratica sportiva all’interno dei vari quartieri della città. Perfettamente in linea con queste realizzazioni fu il varo di una specifica politica volta a favorire il cosiddetto “sport per tutti”. Nacque così nel 1964, il Centro Milanese per lo Sport e la Ricreazione (CMSR), vero antenato dell’attuale Milanosport S.p.A. Il CMSR nasceva per la gestione della fitta rete di impianti sportivi del Comune di Milano. L’idea iniziale era quella di creare una società unica per la gestione di diversi impianti: accorpando i diversi impianti sotto un'unica gestione si sarebbero ottenute anche delle economie di scala negli acquisti. Anche una gestione unitaria del personale avrebbe permesso dei risparmi ricollocando l’organico tra i diversi impianti a seconda del fabbisogno stagionale. Il Centro Milanese per lo Sport e la Ricreazione venne successivamente trasformato in società per azioni, come deliberato dal Comune nel luglio 1991. Nel dicembre 1993 divenne una società per azioni a gestione privatistica, "Milanosport S.p.A.", con il 98 per cento delle azioni in mano al Comune (oggi questa quota ha raggiunto il 99,9%) e il 2 per cento alla Metropolitana Milanese . Oggi, come si legge sul sito internet del Comune di Milano, “gli impianti sportivi di proprietà comunale costituiscono la spina dorsale del sistema sportivo cittadino” [2]. Delle 135 strutture pubbliche, solo una, l’Arena Civica, è già direttamente in carico all’assessorato allo Sport. Circa 26 sono gestite da Milanosport S.p.A., mentre altre 107 sono in concessione d’uso a società come il Coni, la Federazione italiana tennis o altre federazioni sportive locali che, come recita il sito del Comune, ”devono gestirli secondo gli impegni che si sono assunti con l’Amministrazione Comunale: i prezzi sono calmierati, ci deve essere una buona manutenzione e apertura alla cittadinanza.”

Il contributo annuale del Comune

Milanosport S.p.A., benché presentata come esempio di “gestione privatistica” [3] , è una società che sopravvive solo grazie al contributo con il Comune ripiana di anno in anno il suo bilancio. Già il Centro Milanese per lo Sport e la Ricreazione, che venti anni fa diventò Milanosport S.p.A., aveva una gestione economica che richiedeva di anno in anno di essere ripianata dal Comune, come testimonia un articolo apparso sul Corriere della Sera il 13 giugno 1993: “il Cmsr e’ un’ idrovora, capace di risucchiare ogni anno una decina di miliardi [di lire] di passivo” [4]. Anche dopo la trasformazione in S.p.a. la necessità di un costante sostegno comunale non è cambiata. Nel 2011 il contributo del Comune di Milano è stato pari a 8.024.317 euro, pari al 29% del valore totale della produzione (27.550.264 euro).

Un offerta di impianti sportivi inadeguata

Luca Sacchi – ex campione di nuoto (oro ai campionati europei del 1991 e bronzo alle olimpiadi di Barcellona del 1992), ora commentatore televisivo e dirigente sportivo, – ha dichiarato di non conoscere un’altra città delle dimensioni di Milano così carente sul fronte dell’offerta di impianti sportivi[5]: "«[...]in città mancano tantissime cose. Non abbiamo impianti da presentare a livello internazionale per le attività di vertice e mancano strutture di qualità per una reale costruzione dello sport.» […] Quali sono le discipline più in sofferenza? «Ad eccezione del calcio, lo sono tutte»". Nel caso delle strutture natatorie, ambito sul quale si è concentrata negli ultimi venti anni la gestione di Milanosport S.p.A., la situazione è particolarmente critica. L’ultima e decisa denuncia è stata presentata dal presidente del comitato lombardo della Federazione italiana nuoto, Danilo Vucenovich, alla presentazione della Swimming Cup di Milano organizzata all’Harbour Club nel giugno 2010. Vucenovich ha definito "imbarazzante" che una città come Milano manchi di una vasca coperta da 50 metri per ospitare competizioni internazionali[6].

Un problema di concorrenza

Nell’ambito dello sport di base, non agonistico, e soprattutto in alcuni quartieri, il Comune, continuando a tenere aperti dei centri sportivi e piscine spesso fatiscenti, contribuisce a creare un eccesso di offerta che porta a bassi tassi di riempimento degli impianti limitrofi e a delle perdite diffuse. La posizione dominante dell’amministrazione comunale consente al Comune di catturare tutti gli sponsor e la pubblicità. Al contrario i privati faticano a trovare sponsor, non possono crescere e spesso si trovano costretti a chiudere. Infine, oltre a questi ostacoli indiretti all’attività dei privati, talvolta il Comune – tanto pronto a spendere milioni di euro dei contribuenti per far sopravvivere la gestione in perdita di Milanosport – non è altrettanto pronto ad agevolare la burocrazia per quei soggetti privati che intendano investire nella costruzione di impianti sportivi[7]. Questa distorsione della concorrenza danneggia i privati e soprattutto scoraggia dall’investire in impianti sportivi. Chi mai, d’altronde, entrerebbe in un mercato in cui c’è un concorrente che può abbassare i prezzi ad libitum, in cui deve sottostare ad una burocrazia ostile e dove talvolta un’offerta sovrabbondante contribuisce ad eliminare qualsiasi opportunità di profitto? L’asimmetria tra privato e pubblico emerge in tutta la sua gravità se si considera che mentre la gestione in perdita di Milanosport è stata finanziata dal Comune per decenni, le società private continuano a chiudere i battenti. Secondo un articolo del Corriere della Sera dell’ottobre 2008, Milano aveva perso negli anni precedenti una società sportiva all’anno. Con l’attuale prolungarsi della crisi economica, questi numeri sono destinati a peggiorare.